Editoriale -L’equo compenso che grava sulla tecnologia

In realtà, la tanto chiacchierata tassa sui telefonini esiste da parecchi anni e, tecnicamente, corrisponde all’equo compenso imposto ai produttori e agli importatori di prodotti tecnologici in grado di registrare o riprodurre dei contenuti digitali. Rientrano dunque in questa categoria gli smartphone, i tablet, i lettori mp3, i computer e così via. Questa tassa dovrebbe servire a retribuire in modo equo, appunto,  artisti e autori proprietari di contenuti digitali (musica, film, libri etc.) che vengono scaricati sui dispositivi tecnologici per uso personale.

Anche se è vero che parlare di tassa sui telefonini può essere ingannevole, dal momento che si tratta di un indennizzo forfettario per gli artisti, non di un contributo versato allo Stato, è anche vero che la modifica delle tariffe relative all’equo compenso, di fatto, farà aumentare i prezzi di smartphone e computer. In concreto, ciò significa che arriveremo a pagare fino a 5 euro in più i nostri prodotti tecnologici.

C’è da dire che, soprattutto ultimamente, una nuova tassa (qualunque sia poi il nome che le si vuole dare) non era proprio ciò che serviva agli italiani. Senza contare che non tutti i possessori di smartphone, tablet, pc e smart tv utilizzano queste tecnologie per archiviare copie private di contenuti digitali e che, ogni volta che viene scaricata una canzone o un video o un film, le tasse sul diritto d’autore vengono sottratte all’acquirente al momento dell’acquisto. Questo dà diritto al compratore di usufruire del prodotto acquistato su un certo numero di dispositivi in suo possesso. Pertanto è assurdo pagare una tassa per il diritto d’autore anche sui supporti che si utilizzano.

Insomma, quest’equo compenso tanto equo non è.

Questa famosa citazione di Totò fa proprio al caso nostro.

Claudia

Studentessa in Lettere Moderne con la passione per la scrittura.